Poesie

Poesie che parlano di boschi

Abbiamo selezionato alcune poesie tratte dalla cultura italiana e straniera, che parlano chiaramente di alberi, quindi di boschi, di fiori, di foglie, di profumi, di sensazioni, di Vita e di (Morte). Vengono proposte in questa sezione, ed altre verranno aggiunte prossimamente dietro vostra segnalazione. Cliccando sulla freccia posta accanto a ciascun titolo si potranno visualizzare.

 

Il mio paese (Autore: Sconosciuto)


Non per dir che il mio paese é bello
Che ad ogni uccello il suo nido é bello,
ma ringrazio Dio e la natura
che mi dié natali in Accettura.

Ha Montepiano che le fa da sprona
Le Manche e Gallipoli che le fan corona,
argentea scorre la salandrella,
ove si specchia per sembrar più bella.

Accettura non è ricca di brillanti,
ma è ricca di boschi verdeggianti
vi dico che industrie non ve n”ha
ma a me sembra bella in verità.

Dorme la selva (Gabriele D'Annunzio)

Dorme la selva, e tra l’ombrose fronde
scherza argentea la luna; un molle albore
ne l’ampia solitudin si diffonde:
Amore amore!

E l’usignol non canta. Ei piega lento
su ‘l curvo salcio la testina, e muore;
pur l’estremo sospir gli strappa il vento:
Amore amore!

La pioggia nel pineto (Autore: Gabriele D'Annunzio)


Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude, su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura con un crepitío che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
nè il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancóra, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d’arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia, e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s’ode voce del mare.
Or s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sìche par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alvèoli
con come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri vólti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.

Le stirpi canore (Gabriele D'Annunzio)

I miei carmi son prole
delle foreste,
altri dell’onde,
altri delle arene,
altri del Sole,
altri del vento Argeste.
Le mie parole
sono profonde
come la redici
terrene,
altre serene
come i firmamenti,
fervide come le vene
degli adolescenti,
ispide come i dumi,
confuse come i fumi
confusi,
nette come i cristalli
del monte,
tremule come le fronde
del pioppo,
tumide come la nerici
dei cavalli
a galoppo,
labili come i profumi
diffusi,
vergini come i calici
appena schiusi,
notturne come le rugiade
dei cieli,
funebri come gli asfodeli
dell’Ade,
pieghevoli come i salici
dello stagno,
tenui come i teli
che fra due steli
tesse il ragno.

L'ulivo (Gabriele D'Annunzio)

Laudato sia l’ulivo nel mattino!

Una ghirlanda semplice, una bianca
tunica, una preghiera armoniosa
a noi son festa.

Chiaro leggero è l”arbore nell”aria
E perché l”imo cor la sua bellezza
ci tocchi, tu non sai, noi non sappiamo,
non sa l”ulivo.

Esili foglie, magri rami, cavo
tronco, distorte barbe, piccol frutto,
ecco, e un nume ineffabile risplende
nel suo pallore!

O sorella, comandano gli Ellèni
quando piantar vuolsi l”ulivo, o côrre,
che ”l facciano i fanciulli della terra
vergini e mondi,

imperocché la castitate sia
prelata di quell”arbore palladio
e assai gli noccia mano impura e tristo
alito il perda.

Tu nel tuo sonno hai valicato l”acque
lustrali, inceduto hai su l”asfodelo
senza piegarlo; e degna al casto ulivo
ora t”appressi.

Biancovestita come la Vittoria,
alto raccolta intorno al capo il crine,
premendo con piede àlacre la gleba,
a lui t”appressi.

L”aura move la tunica fluente
che numerosa ferve, come schiume
su la marina cui l”ulivo arride
senza vederla.

Nuda le braccia come la Vittoria,
sul flessibile sandalo ti levi
a giugnere il men folto ramoscello
per la ghirlanda.

Tenue serto a noi,di poca fronda,
è bastevole: tal che d”alcun peso
non gravi i bei pensieri mattutini
e d”alcuna ombra.

O dolce Luce, gioventù dell”aria,
giustizia incorruttibile, divina
nudità delle cose, o Animatrice,
in noi discendi!

Tocca l”anima nostra come tocchi
il casto ulivo in tutte le sue foglie;
e non sia parte in lei che tu non veda,
Onniveggente!

Davanti a San Guido (Giosuè Carducci)

I cipressi che a Bólgheri alti e schietti
Van da San Guido in duplice filar,
Quasi in corsa giganti giovinetti
Mi balzarono incontro e mi guardâr.

Mi riconobbero, e – Ben torni omai –
Bisbigliaron vèr me co ‘l capo chino –
Perché non scendi? perché non ristai?
Fresca è la sera e a te noto il cammino.

Oh sièditi a le nostre ombre odorate
Ove soffia dal mare il maestrale:
Ira non ti serbiam de le sassate
Tue d’una volta: oh, non facean già male!

Nidi portiamo ancor di rusignoli:
Deh perché fuggi rapido così
Le passere la sera intreccian voli
A noi d’intorno ancora. Oh resta qui!

Bei cipressetti, cipressetti miei,
Fedeli amici d’un tempo migliore,
Oh di che cuor con voi mi resterei –
Guardando io rispondeva – oh di che cuore!

Ma, cipressetti miei, lasciatem’ire:
Or non è più quel tempo e quell’età.
Se voi sapeste!… via, non fo per dire,
Ma oggi sono una celebrità.

E so legger di greco e di latino,
E scrivo e scrivo, e ho molte altre virtù;
Non son più, cipressetti, un birichino,
E sassi in specie non ne tiro più.

E massime a le piante. – Un mormorio
Pe’ dubitanti vertici ondeggiò,
E il dì cadente con un ghigno pio
Tra i verdi cupi roseo brillò.

Intesi allora che i cipressi e il sole
Una gentil pietade avean di me,
E presto il mormorio si fe’ parole:
Ben lo sappiamo: un pover uomo tu se’.

Ben lo sappiamo, e il vento ce lo disse
Che rapisce de gli uomini i sospir,
Come dentro al tuo petto eterne risse
Ardon che tu né sai né puoi lenir.

A le querce ed a noi qui puoi contare
L’umana tua tristezza e il vostro duol;
Vedi come pacato e azzurro è il mare,
Come ridente a lui discende il sol!

E come questo occaso è pien di voli,
Com’è allegro de’ passeri il garrire!
A notte canteranno i rusignoli:
Rimanti, e i rei fantasmi oh non seguire;

I rei fantasmi che da’ fondi neri
De i cuor vostri battuti dal pensier
Guizzan come da i vostri cimiteri
Putride fiamme innanzi al passegger.

Rimanti; e noi, dimani, a mezzo il giorno,
Che de le grandi querce a l’ombra stan
Ammusando i cavalli e intorno intorno
Tutto è silenzio ne l’ardente pian,

Ti canteremo noi cipressi i cori
Che vanno eterni fra la terra e il cielo:
Da quegli olmi le ninfe usciran fuori
Te ventilando co ‘l lor bianco velo;

E Pan l’eterno che su l’erme alture
A quell’ora e ne i pian solingo va
Il dissidio, o mortal, de le tue cure
Ne la diva armonia sommergerà.

Ed io – Lontano, oltre Appennin, m’aspetta
La Tittì – rispondea -; lasciatem’ire.
È la Tittì come una passeretta,
Ma non ha penne per il suo vestire.

E mangia altro che bacche di cipresso;
Né io sono per anche un manzoniano
Che tiri quattro paghe per il lesso.
Addio, cipressi! addio, dolce mio piano!

Che vuoi che diciam dunque al cimitero
Dove la nonna tua sepolta sta? –
E fuggìano, e pareano un corteo nero
Che brontolando in fretta in fretta va.

Di cima al poggio allor, dal cimitero,
Giù de’ cipressi per la verde via,
Alta, solenne, vestita di nero
Parvemi riveder nonna Lucia:

La signora Lucia, da la cui bocca,
Tra l’ondeggiar de i candidi capelli,
La favella toscana, ch’è sì sciocca
Nel manzonismo de gli stenterelli,

Canora discendea, co ‘l mesto accento
De la Versilia che nel cuor mi sta,
Come da un sirventese del trecento,
Piena di forza e di soavità.

O nonna, o nonna! deh com’era bella
Quand’ero bimbo! ditemela ancor,
Ditela a quest’uom savio la novella
Di lei che cerca il suo perduto amor!

Sette paia di scarpe ho consumate
Di tutto ferro per te ritrovare:
Sette verghe di ferro ho logorate
Per appoggiarmi nel fatale andare:

Sette fiasche di lacrime ho colmate,
Sette lunghi anni, di lacrime amare:
Tu dormi a le mie grida disperate,
E il gallo canta, e non ti vuoi svegliare.

Deh come bella, o nonna, e come vera
È la novella ancor! Proprio così.
E quello che cercai mattina e sera
Tanti e tanti anni in vano, è forse qui,

Sotto questi cipressi, ove non spero,
Ove non penso di posarmi più:
Forse, nonna, è nel vostro cimitero
Tra quegli altri cipressi ermo là su.

Ansimando fuggìa la vaporiera
Mentr’io così piangeva entro il mio cuore;
E di polledri una leggiadra schiera
Annitrendo correa lieta al rumore.

Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo
Rosso e turchino, non si scomodò:
Tutto quel chiasso ei non degnò d’un guardo
E a brucar serio e lento seguitò

La quercia caduta (Giovanni Pascoli)

Dov’era l’ombra, or sé la quercia spande
morta, né più coi turbini tenzona.
La gente dice: Or vedo: era pur grande!
Pendono qua e là dalla corona
i nidïetti della primavera.
Dice la gente: Or vedo: era pur buona!
Ognuno loda, ognuno taglia. A Sera
Ognuno col suo grave fascio va.
Nell’aria, un pianto… d’una capinera
che cerca il nido che non troverà.

Pianto antico (Giosuè Carducci)

L’albero a cui tendevi
la pargoletta mano,
il verde melograno
da’ bei vermigli fior,
nel muto orto solingo
rinverdi’ tutto or ora
e giugno lo ristora
di luce e di calor.
Tu fior de la mia pianta
percossa e inaridita,
tu de l’inutil vita
estremo unico fior,
sei ne la terra fredda,
sei ne la terra negra;
ne’ il sol piu’ ti rallegra
ne’ ti risveglia l’amor.

Il cuore del cipresso (Giovanni Pascoli)

O cipresso, che solo e nero stacchi
dal vitreo cielo, sopra lo sterpeto
irto, di cardi e stridulo di biacchi:

in te sovente, al tempo delle more,
odono i bimbi un bisbillìo secreto,
come d’un nido che ti sogni in cuore.

L’ultima cova. Tu canti sommesso
mentre s’allunga l’ombra taciturna
nel tristo campo: quasi, ermo cipresso,
ella ricerchi tra que’ bronchi un’urna.

Più brevi i giorni, e l’ombra ogni dì meno
s’indugia e cerca, irrequieta, al sole;
e il sole è freddo e pallido il sereno.

L’ombra, ogni sera prima, entra nell’ombra:
nell’ombra ove le stelle errano sole.
E il rovo arrossa e con le spine ingombra

tutti i sentieri, e cadono già roggie
le foglie intorno (indifferente oscilla
l’ermo cipresso), e già le prime pioggie
fischiano, ed il libeccio ulula e squilla.

E il tuo nido? il tuo nido?… Ulula forte
il vento e t’urta e ti percuote a lungo:
tu sorgi, e resti; simile alla Morte.

E il tuo cuore? il tuo cuore?… Orrida trebbia
l’acqua i miei vetri, e là ti vedo lungo,
di nebbia nera tra la grigia nebbia.

E il tuo sogno? La terra ecco scompare: la neve, muta a guisa del pensiero, cade. Tra il bianco e tacito franare tu stai, gigante immobilmente nero.

Foglie morte (Giovanni Pascoli)

Oh! che già il vento volta
e porta via le pioggie!
Dentro la quercia folta
ruma le foglie roggie
che si staccano, e fru…
partono; un branco ad ogni
soffio che l’avviluppi.
Par che la quercia sogni
ora, gemendo, i gruppi
del novembre che fu.
Volano come uccelli,
morte nel bel sereno:
picchiano nei ramelli
del roseo pesco, pieno
de’ suoi cuccoli già.
E il roseo pesco oscilla
pieno di morte foglie:
quale s’appende e prilla,
quale da lui si toglie
con un sibilo, e va.
Ma quelle foglie morte
che il vento, come roccia,
spazza, non già di morte
parlano ai fiori in boccia,
ma sussurrano: – Orsù!
Dentro ogni cocco all’uscio
vedo dei gialli ugnoli:
tu che costì nel guscio
di più covar ti duoli,
che ti pèriti più?
Fuori le alucce pure,
tu che costì sei vivo!
Il vento ruglia… eppure
esso non è cattivo.
Ruglia, brontola: ma…
contende a noi! Ché tutto
vuol che sia mondo l’orto
pei nuovi fiori, e il brutto,
il secco, il vecchio, il morto,
vuol che netti di qua.
Noi c’indugiammo dove
nascemmo, un po’, ma era
per ricoprir le nuove
gemme di primavera… –
Così dicono, e fru…
partono, ad un rabbuffo
più stridulo e più forte.
E tra un voletto e un tuffo
vanno le foglie morte,
e non tornano più.

Inamorato Pruno (Franco Sacchetti )

Inamorato pruno
già mai non vidi, come l’altr’ier’ uno.
Su la verde erba e sotto spine e fronde
giovinetta sedea,
lucente più che stella.
Quando pigliava il prun le chiome bionde,
ella bianca mano e bella;
spesso tornando a quella,
ardito più che mai fosse altro pruno.
Amorosa battaglia mai non vidi,
qual vidi, essendo sciolte
le trecce e punto il viso.
Oh quanti in me alor nascosi stridi
il cor mosse più volte
mostrando di fuor riso,
dicendo nel mio aviso:
– Volesse Dio ch’ii diventasse pruno! –

Il mandorlo e il ciliegio (Paolo Rolli )

Già pria dell’altre frutta
spuntò sulla collina
la verde mandolina
sollecita a fiorir;
e la cerasa anch’ella,
che fiorì dopo quella,
già la sua veste pallida
comincia a colorir.

La quercia d'Hawarden (Giovanni Pascoli)

Quercia d’Hawarden, dove sei? Te pure,
come le quercie antiche dalle rame
secche, del parco, abbattè giù la scure.
O nidi che celava il tuo fogliame!
O nell’alto pietà stridula e varia
di voli fermi, come d’api a sciame!
O stormi usati che al dorar dell’aria
scendeano in te per celebrar la festa
della lor giovinezza, o centenaria!
O stormi erranti che per l’aria mesta
di nubi nere in te scendean fidenti
a sfidare il fragor della tempesta!
Giace la quercia che in balìa de’ venti
per tanta età su roccia di granito
videro alzarsi immobile le genti.
Le genti, o vecchio grande uomo sparito,
vennero a te, che in terra profondavi
l’opera ed il pensier nell’infinito.
Popoli a te d’eroi vennero, schiavi;
e tu fremesti su le lor catene,
tu così grande come i lor grandi avi.
Ospite ad ogni vero, ed ogni bene,
tu, come ad ogni stormo, ad ogni nido,
quercia vestita d’edera e lichene;
tu, ad ogni sventura ospite fido,
albero antico, dove sei?… Dov’era
sol esso un bosco, non è più che lido:
lido a cui scaglia i flutti la bufera
che già s’appressa: già nel ciel di brage
dai quattro punti l’avvenir s’annera.
Vento di guerra, vortice di strage
corre la terra, e le speranze sante
nel cielo oscuro svolano randage.
E’ un gran deserto, tutto cose infrante,
sotto la nube che sibila e va,
la terra dove tu stavi gigante,
albero morto della libertà!

La carola del ciliegio (Tradizionale inglese )

Giuseppe era vecchio,
era proprio vecchio,
quando sposò Maria,
nella terra di Galilea.
Giuseppe e Maria camminavano
in un bel frutteto,
dove c’erano ciliegie e bacche,
rosse come il sangue.
Giuseppe e Maria camminavano
in un verde frutteto,
dove c’erano bacche e ciliegie,
fitte come mai.
Allora Maria parlò,
così tenera e dolce:
“Coglimi una ciliegia, Giuseppe,
‘che sono incinta”
Allora parlò Giuseppe,
con parole molto scortesi:
“Fatti cogliere una ciliegia
da chi ti ha resa incinta”
Allora il bambino parlò,
dentro il grembo di sua madre:
“Si pieghi allora l’albero più alto,
perché mia madre ne prenda”
Allora si piegò l’albero più alto
fino alla mano di sua madre;
allora lei gridò, Guarda, Giuseppe
ho ciliegie a piacer mio.
Allora parlò Giuseppe:
“Ho fatto torto a Maria;
ma rallegrati, mia carissima,
e non avvilirti”
Allora Maria colse una ciliegia,
rossa come il sangue,
poi Maria andò a casa
con il suo pesante carico.

Domus Caedet Arborem (Charlotte Mew )

Da quando i grandi platani furono uccisi in fondo ai giardini
la città, per me, di notte ha l’aspetto di uno Spirito che cova crimine;
come se le buie case che guardano gli alberi da buie finestre
stessero semplicemente perdendo tempo.

Il combattimento degli alberi (Taliesin )

[…]
Gli ontani, alla testa dell’esercito,
formarono l’avanguardia,
i salici e i sorbi
si misero in fila dietro a loro,
i pruni, che sono rari,
stupirono gli uomini.
I nuovi nespoli
furono i perni della battaglia,
i cespugli di rose spinose
lottarono contro una grande folla,
i lamponi, schierati in rovi,
furono i migliori nel provare
la fragilità della vita.
Il ligustro e il caprifoglio,
con dell’edera sulla fronte,
andarono in battagli col ginestrone.
Il ciliegio si fece gioco dei provocatori,
la betulla, malgrado il suo nobile spirito,
fu posta in fondo,
non per viltà,
ma proprio per il suo valore.
I pini si tennero in prima linea,
al centro della mischia
che io esaltai
in presenza dei re.
L’olmo e i suoi fedeli
non cedettero un passo.
Combattevano contro
il centro,
contro i fianchi e la retroguardia.
Quanto ai noccioli, si poté giudicare
che molto grande era la loro rabbia guerriera.
Felice fu il ruolo del ligustro;
fu il toro della battaglia, il maestro del mondo.
Morawg e Morydd
fecero delle prodezze sotto forma di pini.
L’agrifoglio fu inzaccherato di verde,
fu coraggioso tra tutti.
Il biancospino, guardandosi da ogni lato,
aveva le mani insanguinate.
Il pioppo tremulo fu sfrondato,
fu sfrondato nella mischia.
La felce fu predata.
La ginestra, in prima linea,
fu ferita in un fosso.
Il ginestrone non fu indenne,
poiché si sparse dappertutto.
L’erica fu vittoriosa, guardandosi da ogni lato.
La quercia, veloce nella sua marcia,
faceva tremare cielo e terra.
Fu una guardia valorosa contro il nemico,
il suo nome è molto stimato.
Le campanule si batterono
e causarono grande dolore:
schiantavano, si facevano schiantare,
erano trafitte.
I peri furono i grandi fenditori
del combattimento della pianura,
per la loro violenza.
La foresta fu un torrente di ceneri.
Allora la cima della betulla ci coprì con le sue foglie
e trasformò il nostro aspetto appassito.
I rami della quercia ci incantarono
con gli incantesimi di Mael-Derw,
sorridente presso la rupe.
[…]

Il cedro del Libano(Ezechiele, dalla Bibbia )

A chi sei simile tu nella tua grandezza?
Ecco, Assur era un cedro del Libano,
magnifico di fronde e ricco di foglie,
sublime d’altezza,
che fra le nubi svettava la sua cima.
Le acque lo fecero crescere,
l’abisso gli fece raggiungere
un’altezza imponente
coi suoi fiumi che corrono
intorno al luogo dov’era piantato,
mandando i suoi ruscelli
anche a tutti gli alberi del campo.
Quel cedro dunque superò in altezza
tutti gli alberi della campagna:
i suoi rami divennero forti
e le sue fronde s’erano estese
per l’abbondanza delle acque,
durante il suo sviluppo.
Fra i suoi rami nidificarono
tutti gli uccelli del cielo,
sotto le sue fronde filiarono
molti animali dei campi,
alla sua ombra si sedettero
numerosi popoli di stirpe diversa.
Era imponente per la sua altezza
e bello nella maestosità dei suoi rami:
perché affondava le radici
presso acque copiose.
Gli altri cedri non l’uguagliavano
nel giardino di Dio,
i cipressi non potevano gareggiare
con le sue magnifiche fronde,
i platani non erano
come uno dei suoi rami:
nessun albero, nel giardino di Dio,
lo uguagliava in bellezza.
Io l’avevo reso bello
per il numero dei suoi rami;
ma ne furono gelosi tutti gli alberi dell’Eden,
che erano nel giardino di Dio.
Per questo così parla il Signore Dio:
Egli si elevò in altezza,
spinse la cima fin sopra le nubi,
poi il suo cuore si inorgogliì
per la propria grandezza,
ma io lo detti in mano
al condottiero delle genti,
che lo trattò secondo la sua malvagità:
io lo rigettai.
Un popolo straniero,
il più feroce fra le genti,
lo abbatté e lo gettò fra i monti;
per ogni valle caddero i suoi rami,
e le sue fronde furono spezzate
in tutte le valli della regione:
fuggirono allora dall’ombra sua
tutti i popoli della terra,
e l’abbandonarono.
E sulle sue rovine si posano
tutti gli uccelli del cielo,
e fra i suoi rami passano
ogni sorta d’animali dei campi,
affinché nessun albero
cresciuto in riva alle acque,
non s’esalti d’orgoglio
per la sua grandezza,
fin sopra le nubi,
né confidino in sé e nella loro altezza
quanti sono irrigati dalle acque.
Perché tutti sono destinati al trapasso
nella regione sotterranea,
in mezzo ai figli dell’uomo,
fra quelli già scesi nel soggiorno dei morti.
Così parla il Signore Dio:
Nel giorno in cui discese
nel regno dei trapassati,
in segno di lutti io chiusi per lui l’abisso,
trattenni i suoi fiumi,
e le abbondanti acque non fluirono più;
per lui vestii a lutto il Libano,
e tutti gli alberi della campagna
seccarono a motivo di lui.
Per il rumore della sua caduta
feci tremare le genti.
Quand’egli discese nel regno dei morti
con quei che vi soggiornano già,
si consolarono nella dimora sotterranea
tutte le piante dell’Eden,
i belli e magnifici alberi del Libano,
tutti irrigati dalle acque.
E scesero allora nel soggiorno dei morti,
coi trafitti di spada,
anche quelli che dimorarono alla sua ombra
in mezzo alle genti.
A quale sei tu pari, per gloria e grandezza,
fra gli alberi dell’Eden?
Anche tu sarai precipitato
con gli alberi dell’Eden
nel soggiorno dei morti.

Il re degli alberi (Giudici, dalla Bibbia )

Si misero in cammino gli alberi
per ungere un re su di essi.
Dissero all’ulivo:
Regna su di noi.
Rispose loro l’ulivo:
Rinuncerò al mio olio,
grazie al quale si ornano dèi e uomini,
e andrò ad agitarmi sugli alberi?
Dissero gli alberi al fico:
Vieni tu, regna su di noi.
Rispose loro il fico:
Rinuncerò alla mia dolcezza
e al mio frutto squisito,
e andrò ad agitarmi sugli alberi?
Dissero gli alberi alla vite:
Vieni tu, regna su di noi.
Rispose loro la vite:
Rinuncerò al mio mosto
che allieta dèi e uomini,
e andrò ad agitarmi sugli alberi?
Dissero tutti gli alberi al pruno:
Vieni tu, regna su di noi.
Rispose il pruno agli alberi:
Se in verità ungete
me re su di voi,
venite, rifugiatevi alla mia ombra;
se no, esca un fuoco dal pruno
e divori i cedri del Libano.

La croce (San Bonaventura )

O croce, arbusto salvifico, irrigato da una fonte viva,
il cui fiore aromatico è frutto desiderato.

La croce (Girolamo Vida)

Ora hai più vicino il nume, o santo e venerabile albero,
diffuso nel cielo, alzi il capo tra le stelle.

La Canna e la Quercia (Jean de La Fontaine )

Disse la Quercia ad una Canna un giorno:
– Infelice nel mondo è il tuo destino:
non ti si posa addosso un uccellino,
né un soffio d’aria ti svolazza intorno,
che tu non abbia ad abbassar la testa.

Guarda me, che gigante a un monte eguale,
non solo innalzo contro il sol la cresta,
ma sfido il temporale.
Per te sembra tempesta ogni sospiro,
un sospiro a me sembra ogni tempesta.

Pazienza ancor, se concedesse il Cielo
che voi nasceste all’ombra mia sicura:
ma vuole la natura
farvi nascer di solito alla riva
delle paludi, in mezzo ai venti e al gelo.

– La tua pietà capisco che deriva
da buon cuore, – rispose a lei la Canna. –
Il vento che mi affanna
mi può piegar, non farmi troppo male,
ciò che non sempre anche alle querce arriva.

Tu sei forte, ma chi fino a dimani
può garantirti il legno della schiena? –
E detto questo appena,
il più forte scoppiò degli uragani,
come il polo non soffia mai l’uguale.

La molle Canna piegasi,
e resiste la Quercia anche ai più forti
colpi del vento, per un po’, ma infine
sradica il vento il tronco,
che mandava le foglie al ciel vicine,
e le barbe nel Regno imo dei morti.