Medicina di montagna

1) Il Ginkgo Biloba serve o no nel mal di montagna acuto? (di Oriana Pecchio)
 

Due lavori pubblicati recentemente sembrano dire che Ginkgo Biloba non serve nel mal di montagna acuto. Il primo (nota 1) riguarda uno studio su 487 trekker.
Tra Periche e Lobuche, sulla via per il campo base dell’Everest, ai trekker veniva dato, a caso, Ginkgo Biloba (120 mg di estratto secco, due volte al giorno) o un placebo o Acetazolamide (Diamox 250 mg 2 volte al giorno) o Acetazolamide e Ginkgo insieme.
Il gruppo placebo e il gruppo che assumeva Ginkgo Biloba avevano un’incidenza di mal di montagna acuto paragonabile e il gruppo che assumeva Ginkgo e acetazolamide insieme aveva più sintomi di quello che assumeva solo acetazolamide.
Su questo grosso campione i ricercatori concludono che il Ginkgo non è efficace nel prevenire il mal di montagna acuto.

Ad analoga conclusione è giunto un altro gruppo di ricercatori (nota 2) che ha verificato il potere di prevenire il mal di montagna acuto del Ginkgo, confrontandolo con acetazolamide e con un placebo, in un gruppo di soggetti portati a 3800 metri per 24 ore. In entrambi questi studi il Ginkgo era somministrato acutamente e per un solo giorno, nel primo addirittura quando i trekker si trovavano oltre i 4000 metri. In precedenti studi il Ginkgo era stato somministrato prima di salire in alta quota e più a lungo.

Altri ricercatori (nota 3) hanno infatti osservato che in ipossia simulata le stesse dosi di estratto secco della pianta (120 mg due volte al giorno per 5 giorni) riducono i sintomi di AMS agendo sul metabolismo dell’ossido nitrico, un potente vasodilatatore prodotto in risposta alla vasocostrizione indotta dall’ipossia.
Una risposta definitiva sull’utilità del Ginkgo Biloba non sembra ci sia ancora.

Bibliografia:
-1- Gertsch JH, Basnyat B, Johnson EW, Onopa J, Holck PS Randomised, double blind, placebo controlled comparison of ginkgo biloba and acetazolamide for prevention of acute mountain sickness among Himalayan trekkers: the prevention of high altitude illness trial (PHAIT). BMJ. 2004 Apr 3;328(7443):797. Epub 2004 Mar 11.

-2- Chow T, Browne V, Heileson HL, Wallace D, Anholm J, Green SM Ginkgo biloba and acetazolamide prophylaxis for acute mountain sickness: a randomized, placebo-controlled trial. Arch Intern Med. 2005 Feb 14;165(3):296-301.

-3- Jowers C, Shih R, James J, Deloughery TG, Holden WE. Effects of Ginkgo biloba on exhaled nasal nitric oxide during normobaric hypoxia in humans. High Alt Med Biol. 2004 Winter;5(4):445-9.

2) Riabilitazione e traumatologia dello sport (di Oriana Pecchio)

Torino post olimpica ha ospitato l’1 e 2 aprile il XV “Congresso internazionale di riabilitazione e traumatologia dello sport”, dedicato alla riabilitazione negli sport invernali e di montagna, Al congresso, organizzato da Isokinetic (www.isokinetic.com) e patrocinato dall’Università di Torino, presidente Fabrizio Tencone e direttore scientifico Giulio Sergio Roi, erano presenti circa cento relatori provenienti da diversi paesi europei, Stati Uniti e Giappone.
Hanno portato la loro esperienza su riabilitazione, allenamento e studio delle attività sportive invernali e di montagna, a circa 700 iscritti, medici, fisioterapisti e laureati in scienze motorie.

I limiti della prestazione sportiva si spostano sempre più in alto, insieme all’evoluzione delle attrezzature sportive ed a cambiamenti dei terreni di gara, con mutamenti nell’incidenza e nella tipologia degli infortuni: nello sci per esempio sono aumentate le lesioni ai legamenti del ginocchio e diminuite le fratture degli arti inferiori.
Contemporaneamente le tecniche chirurgiche per riparare le lesioni traumatiche sono progredite, si sono sperimentate nuove protesi e le tecniche riabilitative sono state sviluppate per recuperare le articolazioni al 100% e permettere la ripresa dell’attività sportiva.

Richard Steadman della Steadman-Hawkins Research Foundation di Vail in Colorado, che ha seguito sciatori pluri medagliati in più di trent’anni di attività, nella sua lezione magistrale ha sottolineato il ruolo chiave della mobilizzazione dell’articolazione del ginocchio fin dall’immediato post operatorio, per ottenere il ritorno all’attività agonistica mediamente in sei mesi.

La montagna non è però solo luogo di “incidenti”: un simposio ha posto l’accento su come l’ambiente montano diventi sempre più luogo adatto alla riabilitazione di pazienti portatori di patologie croniche, cardiopatici, diabetici, bambini asmatici, e serva a migliorare o mantenere la forma fisica. Sull’onda del successo dei giochi paralimpici, un secondo simposio è stato dedicato alla riabilitazione e alla traumatologia degli atleti disabili praticanti sport invernali.

3) Donne e montagna: consigli particolari? (di Oriana Pecchio)

La cefalea primaria è una patologia che affligge le donne 3 volte più degli uomini (a bassa quota, in generale). Della cefalea collegata alla frequentazione della montagna ha parlato Guido Giardini, neurologo dell’ospedale di Aosta, in occasione del convegno di medicina di montagna, tenutosi al Palamonti di Bergamo lo scorso sabato 27 maggio 2006.

La cefalea è anche il sintomo cardine per la diagnosi del mal di montagna acuto, che può colpire chi si reca rapidamente in alta quota, anche sulle nostre montagne, sopra i 2500 – 3000 metri, e l’ipossia, cioè la diminuzione dell’ossigeno nell’aria, può scatenare delle crisi emicraniche, in chi già ne soffre.

Cosa si può consigliare a una donna già afflitta da mal di testa a bassa quota che intenda recarsi in montagna?
“Consiglierei una visita specialistica e gli esami del caso per una diagnosi precisa del tipo di cefalea – risponde Guido Giardini – ed eventualmente uno studio approfondito della coagulazione. Inoltre la avviserei della possibilità che il mal di testa peggiori. In alta montagna è consigliabile non fare uso della pillola estroprogestinica o, se proprio necessario, passare a una pillola solo progestinica o a basso dosaggio di estrogeni: sia la cefalea primaria sia gli estrogeni, sono associati a un aumentato rischio trombotico”.

Federica Campigotto, riportando i dati della letteratura, ha affermato che donne e uomini sono colpiti in ugual misura dal mal di montagna acuto, ma gli edemi periferici (gonfiori agli occhi, alle gambe) sono presenti maggiormente nelle donne.
Riguardo al metabolismo le donne utilizzano più lipidi degli uomini come carburante, sia a riposo sia durante esercizio submassimale, in condizioni diverse di stress, compresa l’alta quota, ma consumano relativamente meno calorie degli uomini.

Tra i consigli riservati alle donne prima di soggiornare in alta quota: controllo dell’emocromo e delle riserve di ferro, poiché soffrono di carenza di ferro 10 volte più degli uomini, e controllo della coagulazione, perché la disidratazione che spesso si verifica dopo sforzi intensi in montagna, può aumentare il rischio di trombosi, soprattutto se si fa uso di pillola estroprogestinica.

4) Montagna benefica per i cardipoatici: per loro le terre alte non sono più proibite (di Oriana Pecchio)

Le ricerche degli ultimi anni hanno dimostrato che soggetti reduci da infarto cardiaco o sottoposti a bypass aorto-coronarici con normale funzionalità cardiaca e senza segni di ischemia, possono recarsi a quote medio alte senza problemi. Schmid, del centro cardiovascolare di Berna, ha studiato allo Jungfraujoch 22 pazienti sottoposti a intervento di angioplastica o bypass dopo infarto e con normale test da sforzo in pianura.
Ha concluso che esercizio submassimale e ascensione rapida fino a 3454 metri per questi pazienti possono essere considerati sicuri.

Molti cardiologi della riabilitazione (centri di Sondalo e Veruno, per esempio) considerano l’ambiente di montagna a quote basse e medie luogo dove i cardiopatici, particolarmente motivati e gratificati dalla bellezza dell’ambiente, possono praticare attività fisica a livelli benefici per la loro salute. «Il termine “Montagnaterapia” coniato dagli psicologi può valere anche per i cardiopatici», afferma Giuseppe Occhi della riabilitazione cardiologica di Sondalo.

Un recentissimo lavoro firmato da Margherita Vona del centro di riabilitazione dell’ospedale Beauregard di Aosta, risponde alle richieste di quei pazienti che, superato un infarto, pur con una riduzione della funzionalità cardiaca, vorrebbero fare passeggiate in montagna, anche a quote superiori a 1500 metri, per esempio per arrivare fino a un rifugio.

Il gruppo di cardiologi valdostani ha sottoposto 45 pazienti reduci da infarto cardiaco, stabilizzati, ad un test di 6 minuti di marcia in piano, a diverse quote: 500 metri, 2000 metri (Pila) e 2970 m (Cime Bianche), ottenendo risultati molto confortanti.
A 2000 metri non ci sono differenze sostanziali nella tolleranza allo sforzo rispetto alla quota di 500 metri e a 2970 metri i pazienti hanno conservato una buona tolleranza al cammino, pur a fronte di una moderata diminuzione della performance (cioè si è ridotta la distanza percorsa in sei minuti). Altro dato significativo è che non sono comparsi né sintomi (dolori, mancanza di fiato), né complicazioni (aritmie) durante tutti i test eseguiti.

«Questo studio – spiega la dottoressa Vona – è il primo che dimostra che l’attività fisica in montagna sembra essere ben tollerata e priva di rischi anche per pazienti con una riduzione della funzionalità cardiaca, a patto di seguire alcune indicazioni. A 3000 metri devono ridurre l’intensità dello sforzo del 10 – 20%, cioè non strafare, salire gradualmente di quota, allenarsi prima dell’ascensione e seguire scrupolosamente la terapia prescritta, soprattutto quella per l’ipertensione. È stata osservata infatti la tendenza all’aumento della pressione arteriosa alla fine dello sforzo, con l’aumentare della quota».
Meno proibizioni, quindi, ma sempre molte attenzioni per trarre dall’attività fisica e dall’ambiente montano quanti più vantaggi possibili.