Caccia

Molti credono che per attività venatoria si intenda esclusivamente l’atto dell’esplosione del colpo di fucile ed abbattere un animale indifeso. Niente di più inesatto: la legge sulla caccia dice che “E’ considerato altresi’ esercizio venatorio il vagare o il soffermarsi con mezzi destinati a tale scopo o in attitudine di ricerca della fauna selvatica o di attesa della medesima per abbatterla”. Quindi un cacciatore esercita la caccia anche se con il fucile in spalla, aperto e scarico.
La caccia è la più antica attività alla quale l’uomo si sia dedicato per sopravvivere. Senza la caccia non ci sarebbe stata l’evoluzione. La caccia è stata quindi il primo e fondamentale elemento di progresso della società umana.
Fin dal Paleolitico inferiore ci sono giunte testimonianze sull’incessante ricerca da parte dell’Australopiteco di oggetti litici utili per la caccia.
Con l’Homo erectus iniziò il periodo della pietra scheggiata e della fabbricazione delle armi e degli utensili in selce, calcedonio, ossidiana e quarzite. Pur muovendo i primi passi ancora incerti della propria storia, l’Homo erectus conosceva l’uso del fuoco ed era in grado di cacciare praticando inseguimenti di gruppo, attuando intelligenti manovre coordinate per la cattura di grandi animali come i mastodonti, i rinoceronti, i bufali d’acqua e il bisonte. Già era pratico del modo di adattare il terreno, per ricavarne grandi trappole in cui immobilizzare i selvatici per averne più facilmente ragione.
Ma è con l’Homo sapiens sapiens, dopo la parentesi neandertaliana, durante l’ultima fase glaciale, che la cultura della caccia preistorica raggiunge la sua piena ricchezza e complessità.
Questa fase, nel Paleolitico superiore, si caratterizza per la presenza di una nuova e più specializzata serie di armi e utensili. Le frecce vengono dotate di punte ricavate da piccole schegge di selce o di ossidiana, delle quali si cura l’affilatura, preoccupandosi però anche del bilanciamento e di caratteristiche formali tese a migliorarne l’aerodinamica.
A partire da 30.000 anni fa, nuove ed eloquenti testimonianze della vita di questi cacciatori ci sono offerte da graffiti e pitture rupestri, in grado di sopperire come forma di espressione, per un arco di tempo lunghissimo, all’assenza della scrittura.
Già prima che i ghiacci cominciassero a ritirarsi, erano iniziate le grandi migrazioni. Tutti i continenti, all’infuori dell’Antartide, furono colonizzati per la prima volta da cacciatori paleolitici. Grazie ai progressi della sua cultura e della sua tecnologia, l’uomo poteva abbandonare la culla tropicale dei suoi primordi, per diffondersi in tutta la zona temperata e perfino affrontare la tundra e le steppe del Nord ricche di selvaggina. Non si trattò di flussi migratori di massa: piccoli gruppi tribali formati in gran parte da consanguinei, ma aperti anche a presenze estranee alla parentela del clan, si spostavano inseguendo gli animali che avrebbero procurato il loro sostentamento.
La fauna di quel periodo era costituita dall’uro, una razza di bovide gigante, dall’elefante primigenio, dal rinoceronte ticorino – caratterizzato da due corni e da un fitto vello – insieme al cavallo selvatico, all’alce, al cervo, al camoscio, al capriolo, al cinghiale, all’orso, al bisonte e al bue muschiato.
Vi era naturalmente anche piccola selvaggina: lepri, volpi, marmotte, lontre, martore, scoiattoli; mentre tra gli uccelli abbondavano nelle zone temperate i tetraonidi, migrati al sud durante la glaciazione.
Tra i predatori, oltre ai felidi dai denti sciabola c’erano già forme più evolute di carnivori, come il leone e la pantera, oltre al lupo e al temibile orso delle caverne (Ursus speleus).