Boschi dello spirito

boschispirito

1. Le immagini albergano una grande ricchezza. Sono simboli di molto di ciò che gli uomini hanno sperimentato vivendolo, hanno sofferto e sperato.
Lo sguardo su un paesaggio primaverile dice più che un trattato sul ritorno delle energie della vita. Una vecchia quercia nodosa conforta e incoraggia quando si invecchia. Un seme parla del mistero della vita.
Le immagini sono universali. Tutte le culture, le lingue e le tradizioni attingono da esse. Al tempo stesso le immagini sono individuali. Per ogni persona, per ogni gruppo, per ogni cultura hanno un significato di unicità.

Particolarmente gli alberi hanno affascinato gli uomini da sempre. Esseri singolari – interrati, radicati, contemporaneamente eretti, rivolti al cielo come noi uomini.

La nostra cultura senza gli alberi? Impensabile! Mi sembra che queste considerazioni ci pongano subito di fronte ad una prospettiva: quanto sia comune e quanto peculiare della simbologia biblica rispetto alle altre del mondo antico dell’area mediterranea. Anche il modo giudeocristiano conosce il linguaggio simbolico delle piante, di cui a noi sono rimasti solo pochi residui, ridotti a poco più che luoghi comuni e non propriamente tipici delle sole Scritture: l’olivo della pace, la forza tenace della quercia e così avanti.

Il versetto che propongo alla nostra comune considerazione, nella traduzione della CEI, dà invece un’immagine dinamica della realtà arborea:

si rallegrino gli alberi della foresta (sal 96:13).

Credo sia successo a tutti, vedendo l’erba alta di un prato che si piega al vento o le fronde che oscillano con un certo fragore, di pensare ad un applauso. In questo caso, non si tratta di “umanizzare” gli elementi della creazione come in un cartone animato, ma di riconoscere che il linguaggio simbolico investe tutta la realtà della creazione, sia quella umana che quella arborea, come vedremo in seguito. Ovviamente, di questo versetto ogni traduzione della Bibbia o del solo Salterio dà la propria versione. Non posso elencarle tutte, ma qualcuna sì, a cominciare da quelle antiche:

LXX tote agalliasontai panta ta xula tou drumou Vulg. SC Tunc exultabunt omnia ligna silvarum

Diodati Allora tutti gli alberi della foresta manderanno grida di gioia

Salt Cor LDC grideranno tutti gli alberi della foresta

Sierra cantino allora tutti gli alberi del bosco

Ceronetti Alberi il vostro canto modulate / Foresta per foresta

Lorenzin allora saranno lieti tutti gli alberi della foresta

PsOe Les arbres des forêts dansent de joie

BJer que tous les arbres des forêts crient de joie

Come si vede, l’immagine è quella di una gioia che ci è descritta talora in termini contenuti, talora come debordante, e che gli interpreti rendono molto variamente: dal canto di vittoria al semplice grido, alla danza. Tale gioia è condivisa dal paesaggio: cielo,terra, mare e quanto è in esso, campagna e, infine, il bosco o la foresta. Poiché si celebra qui la venuta di Dio e del suo giudizio salvifico, la gioia è comunque corale: investe tutti i popoli e il mondo naturale, l’area umana è concentrata piuttosto nel tempio di Gerusalemme, come fosse il luogo decisivo.

2. “Alberi della foresta”, dunque – in ebraico kol´aƒeja´ar, senza articolo, ossia (e forse meglio) “ogni albero di foresta”, contrapposto agli “alberi di campo”, piantati, cresciuti, coltivati dall’uomo. Sono due mondi che vivono uno accanto all’altro, ma che appartengono di fatto a due sfere diverse. Vediamo allora alcuni termini significativi che gli studiosi associano al lessico del bosco e della foresta

2.1 Il termine “albero” (´eƒ) è, per così dire, indifferenziato e generico, compare più di trecento volte nella Bibba ebraica, indicando sia un albero vero e proprio, sia semplicemente il legno. È spesso accompagnato da una specificazione (“albero di..”) e proviene da una radice ben attestata in tutta l’area semitica. Non è lo stesso di ja´ar, termine più diffuso per indicare la “foresta” (circa quaranta occorrenze). È questo un termine attestato nel semitico di nord ovest (ugaritico, moabitico e fenicio punico), così come nel semitico meridionale (arabo wa’ar, ed etiopico di incerta traduzione).

La radice, in arabo, significa “essere aspro” detto di una strada e di un tratto di terra. Comunque è comunemente attestato in ebraico come “terreno coperto di pietre e rocce con alberi” . Non dobbiamo immaginare quindi una “foresta” così come noi la conosciamo. In ogni caso, come tale, è spesso contrapposto a sadeh, “campo”.
In certo modo, assieme al deserto è l’orizzonte selvaggio del paesaggio biblico, senza per questo avere sempre una connotazione negativa, che neppure il deserto ha completamente. La foresta può essere un luogo certamente insidioso, come attesta la storia di Assalonne (2 Sam 18:69) che, in rivolta contro il padre David, ne affronta l’esercito in battaglia nella foresta di Efraim, a est del Giordano, venendo sconfitto. Nella fuga, i suoi capelli restano presi nei rami di un terebinto o di una grande quercia, e soccombe per mano di un generale del padre.

2.2 Secondo termine con il quale si indica la foresta è µoreš che ricorre quattro volte (1 Sam 23:15ss; Is 17:9; Ez 31:3; 2 Cr 27:4) ed è tradotto anche con “bosco”, e indica comunque un luogo “intricato”. Con questo termine hanno relazione i toponimi „oreša, località (boscosa?) a 10 km da „ebron e „arošet .

2.3 Le versioni inglesi sono poi solite tradurre “forest” anche il termine, pardes (Ne 2:8; Qo 2:5; Ct 4:13) . Si tratta di una parola d’origine persiana (avestico pairidaeza “luogo recintato”), da cui l’accadico pardisu, “parco” e il greco paradeisoõ e andrebbe piuttosto tradotto con “parco”, quando non “giardino”. Più genericamente, potremmo dire “luogo alberato”.
La versione CEI preferisce infatti tradurre “parco” (Ne 2:8; Qo 2:5) e giardino (Ct 4:13), più adeguati non solo all’etimo, ma soprattutto ai contesti, oltre che all’immaginario che stenta a vedere una foresta come “luogo recintato”. A meno che non si trattasse di un bosco sacro, un temenoõ.

2.4 Con sebak siamo invece di fronte ad un elemento di sottobosco, un “cespuglio”; (Gen 22:13); o più genericamente alla “selva” (Is 9:17, 10:34 e ancora Ger 4:7 e sal 74:5). La radice del termine è quella di un verbo che significa “essere intrecciato”.
Tuttavia è necessario dire che il campo dei cespugli e delle piante spinose meriterebbe tutto un discorso a sé, perché comprende più di venti lemmi, legati a generi letterari e fonti molto specifici. Il nostro è un termine abbastanza generico che gli studiosi associano alla foresta, mi pare, proprio perché l’etimo suggerisce l’idea della densità.

3.1 Ma boschi o foreste di che cosa? Si è già accennato al fatto che si deve pensare ad un terreno accidentato con qualche albero, non certo alle dense foreste a cui siamo abituati. Benché esista un toponimo, Kirjathjearim (alla lettera “città delle foreste”, Gios 9:17) , non siamo autorizzati a supporre che il nome sia dovuto alla presenza di foreste attorno a questa città. Unica eccezione, forse, le foreste del Libano e dei loro cedri, di cui pure la Bibbia ci parla.
Ora, aldilà dei problemi di identificazione della varietà che l’ebr. `ezer definisce , la cosa più interessante è che la pianta aveva largo impiego nell’edilizia ed è usata da Salomone per il primo tempio di Gerusalemme (cf 1 Re 5) e per la sua reggia.
In secondo luogo, quando si parla di questo albero e delle sue foreste la Bibbia gli attribuisce la qualifica di “divino”. Si veda in particolare la grande allegoria dell’aquila di Ez 17 in cui il cedro è il segno della classe dirigente del regno di Giuda, strappata da Gerusalemme conquistata dai Babilonesi, ma di cui si intravede anche il trapianto/ritorno in patria, dopo una dura correzione.
Ma anche nel linguaggio dei salmi, i cedri del Libano sono divini, come si vede nel sal 80:11, allorché la storia d’Israele è evocata con l’allegoria di una vite:

Tu sradichi una vite dall’Egitto,
scacci via le genti e la trapianti.
Le hai spianato il terreno,
mise radici e riempì il paese.
Dalla sua ombra furono coperti monti E dai suoi tralci cedri di `El,
ossia “divini”.

Il sal 104 è ancora più esplicito: descrivendo il complesso della creazione, al v.16 proclama che i cedri del Libano sono piantati da JHWH.
La stessa cosa viene affermata dal sal 148:9, in cui i cedri sono messi in relazione diretta e opposta con gli alberi da frutto. Il salmo, che descrive una lode corale del mondo iperuranio e sotto il cielo, quando si giunge ad invitare le parti del paesaggio alla lode di Dio, individua una serie di coppie: “terra” vs “abissi” (marini): terra ed elemento liquido “fuoco” vs “grandine”: elementi atmosferici “neve” vs “nebbia”: ancora elementi atmosferici “vento d’uragano”: che rompe lo schema, perché legato alle teofanie “monti” vs “colline”: dimensioni d’altezza “alberi da frutto” vs “cedri”: coltivato e spontaneo “fiere” vs “bestiame”: selvatico e domestico “tutto quello che striscia” vs “uccelli alati”: alto e basso Insisto su questo punto, perché quali che siano gli alberi che compogono una foresta, pare abbastanza evidente che la loro semplice presenza che l’uomo si trova davanti, senza dover piantare, irrigare, zappare, fa pensare più direttamente al mistero dell’opera costante di Dio nella sua creazione.

3.2 Tale scarto rispetto alla fatica quotidiana induce ad un comprensibile senso del numinoso, che emerge dalla contrapposizione “alberi di campo” vs “alberi di foresta” di cui si parlava all’inizio. Anche nelle Scritture ebraiche, del resto, compaiono santuari locali o comunque luoghi boscosi connessi all’epifania di Dio.
Tipico il caso della `elon moreh “quercia dell’oracolo che dà la direzione / insegna” (moreh dalla radice jrh, da cui anche Tora “insegnamento”, “indicazione della [giusta] direzione”, che poi ricorre anche al plurale (Dt 11:30) .

Un boschetto sacro di querce? Il boschetto di querce più famoso però è quello di Gen 18:1, `elone mamre`, “querce di mamre”presso il quale Abramo riceve i tre messaggeri divini che gli annunciano la prossima nascita di Isacco. Purtroppo non siamo in grado di ricostruire l’etimo di Mamre`. Ugualmente poco possiamo dire di un altro grande albero denominato `ajil: il termine, che ricorre forse una volta sola (Ez 31:14), non indicherebbe una pianta in particolare, ma semplicemente una pianta imponente.

4.1 Forse per la necessità di prendere le distanze, da culti arborei giudicati pericolosi, e in considerazione che tutte le maggiori feste del calendario ebraico hanno origine agricola, si può capire come mai in tale calendario esistano sì numerosi allusioni agli alberi e a loro frutti, ma sempre in relazione a “alberi di campo”, mai “alberi di foresta”.
Neppure in occasione del Capodanno (Roš hašana), della festa delle Capanne (Sukkot) e del Capodanno degli alberi (Tubišvat, festa del capodanno fiscale perché legata alla raccolta delle decime) si parla mai di boschi e foreste che sono entrati semmai nel mondo ebraico a partire dalla ricostruzione dello stato d’Israele.
La liturgia celebra dunque il lavoro dei campi e i frutti che se ne ricavano, fedele all’affermazione del sal 115:16, secondo cui I cieli sono i cieli del Signore ma ha dato la terra agli umani e rimandandoci quindi all’idea che il bosco e la foresta siano una cifra del divino entro l’orizzonte umano. O, se si preferisce, una traccia della libertà divina in mezzo agli uomini.

4.2 Gli umani hanno stretta relazione con la creazione, e secondo la ricca simbologia del sal 1 è l’uomo che si dedica “giorno e notte” alla Tora di JHWH, è come un albero trapiantato presso acque correnti che darà frutto “al tempo suo”.
Radicato alla terra e proteso al cielo, vivendo una fedeltà quotidiana, egli può portare frutto al tempo che Dio conosce, fino al compimento del tempo e al giudizio finale.
È comunque un “albero di campo”, opportunamente trapiantato e dal quale ci si può legittimamente aspettare frutto, se ben collocato e curato. Per questo, tornando al versetto del sal 96 da cui eravamo partiti, possiamo dire invece, con qualche interprete, che la foresta, può applaudire alla venuta del giudizio divino perché vede il rinnovamento e la salvezza dell’uomo .

Il criterio è sapienziale: la terra aveva apertola bocca per inghiottire il sangue sparso dal primo uomo che aveva ucciso suo fratello, e non la riapre tanto facilmente per dare in grida di gioia. Si mantiene in silenzio finché l’uomo non impara la giusta direzione (Tora) verso Dio. Per questo ritorno possono cantare tutti, come dice il salmo 96: cielo, terra, mare, campi e foreste quel paesaggio che in maggior parte appartiene più a Dio che agli uomini.

5. Infine vorrei accennare ad una foresta del tutto speciale. In aperta contraddizione con tutto quello che si è detto finora, nella Bibbia si parla una foresta “costruita”. Possiamo immaginare chi ne sia il responsabile (1Re 7:1ss): 1 Salomone costruì anche la propria reggia e la portò a compimento in tredici anni. 2 Costruì il palazzo detto Foresta del Libano (ja´ar haLebanon), lungo cento cubiti, largo cinquanta e alto trenta su tre ordini di colonne di cedro e con capitelli di cedro sulle colonne…
A parte le misure forse da non prendere alla lettera (un cubito sono una quarantina di centimetri), verrebbe da pensare che il nome del palazzo sia davvero giusto, perché devono essere stati abbattuti parecchi alberi, e vien da pensare ad una specie di trasferimento di una foresta dalle montagne libanesi alle colline della Giudea. Ma il nome del palazzo è indicativo: resta pur sempre la metafora di qualcosa di fuori misura, più vicino alla realtà divina che a quella umana. Quanto serve, appunto a legittimare una monarchia sempre a rischio e la sua ideologia.

Sr. Stefania Monti
Monastero santa Chiara
43020 Lagrimone PR