Bosco sacro

IL BOSCO SACRO di Cecilia Gatto Trocchi da “Il Forestale” n. 28/2005

“Talora la scaglia del pino / è come una palpebra rude / che subitamente si schiude / nell’ombra a uno sguardo divino” (G. D’Annunzio)

Propongo un percorso iniziatico nel regno vegetale, il regno che fu “il sacro” per eccellenza fin dalle epoche più arcaiche. Il bosco, dal Neolitico alla fine del Medioevo era per gli uomini lo spazio del mistero, delle potenze divine e su questa soglia sacra che tutto proteggeva, il contadino arcaico che dissodava le pianure arrestò le sue imprese profane.

I primi santuari degli uomini furono i boschi: la parola greca nemetonindica foresta e santuario. La stessa radice linguistica è in Nemi, nome della foresta intorno al lago nei Castelli Romani il cui bosco sacro fu nel Lazio il primo tempio di Diana Nemorensis.
Da questo paesaggio silvestre ricco di querce e di lecci parte il nostro viaggio alla ricerca del ramo d’oro dell’immortalità, custodito da Diana.
La grande dea era la regina degli animali che popolavano in gran numero il bosco sacro ed era protettrice della vita che elargiva agli uomini e alle donne con la prole, assicurando alle madri un parto facile. A lei si rivolgevano le gestanti che portavano statuette votive e candele.

Nel recinto più recondito del santuario silvestre cresceva una quercia a cui abitualmente non era lecito spezzare alcun ramo. Soltanto uno schiavo fuggitivo poteva spezzarne uno per ingaggiare un duello con il Re del Bosco, sacerdote di Diana.
Se lo schiavo vinceva, diventava il rex nemorensis. Il fatale ramo spezzato si riferiva al ramo d’oro che Enea colse per invito della Sibilla come protezione per potere accedere al regno dei morti. Rituali di vita e di morte, di vittoria e sconfitta si alternavano nel bosco sacro, fino all’età di Augusto.
La grande Diana non regnava da sola nel bosco di Nemi: due divinità dividevano con lei il santuario della selva. Una era Egeria, la ninfa della limpida fonte che scendeva in graziose cascatelle nel lago. Anche lì le gestanti sacrificavano alla ninfa per un parto sicuro.
Egeria fu amata dal re Numa che si univa a lei nelle profondità del bosco sacro e tra gli amplessi imparava la giustizia e la saggezza.

L’altra divinità era Ippolito, cacciatore e amante di Diana che aveva imparato l’arte venatoria dal centauro Chitone. Quando fu ucciso da Poseidone, Ippolito fu resuscitato da Diana che lo trasportò dalla Grecia nelle selve di Nemi e lo rese immortale. Dunque il contatto con la selva, il possesso del ramo di quercia era simbolo di immortalità, d’amore e di vitalità.
La grandezza del mito classico ci porta lontano e in alto rispetto alle immagini kitch del finto folklore dei cartoni animati con folletti sciocchi, gnomi malevoli, elfi verdastri e fatine filiformi…

Nel bosco il poeta Esiodo incontra la dea della memoria Mnemosyne, madre delle Muse, che gli dona l’ispirazione poetica e il bastone della saggezza. Simbolo straordinariamente ricco, il bosco indica la vita indistruttibile e il ciclo vitale legato alle stagioni.
È l’espressione più forte del cosmo vivente, in continua rigenerazione. Inoltre è parallelo alla vita dell’uomo con nascita, crescita, riproduzione e morte, mentre gli alberi a foglie caduche che si spogliano e si rivestono ogni anno delle loro fronde sono il simbolo dell’eterno ciclo stagionale.

Il bosco è ricettacolo di esseri animati di ogni tipo e natura. Anche Afrodite, nata dal mare è descritta nell’inno omerico come Signora degli animali della selva: “Al monte Ida boscoso, ricco di sorgenti, albergo di fiere, giunge la dea e va nel selvaggio asilo; la seguivano mansueti lupi grigi, leoni e orsi dallo sguardo folgorante e agili leopardi di cerbiatti mai sazi; la vista commuove l’alma dea ed ecco un subito amoroso desio stilla nel cuore delle fiere ed a un tratto negli ombrosi recessi si disperdono alla ricerca di un covo e si uniscono”.

Il testo dimostra, come del resto altre fonti, che gli allora foltissimi boschi europei erano abitati da grandi felini come leoni, leopardi e pantere. Nel bosco, ricettacolo di forze divine, si ha la percezione della comunicazione tra i tre livelli del cosmo: quello sotterraneo per le radici che scavano le profondità in cui affondano, la superficie della terra per i tronchi, e il cielo per i rami superiori e la cima attirata dalla luce del sole.

Gli alberi che popolano i boschi riuniscono i quattro elementi: l’acqua che circola con la linfa, la terra che si integra attraverso le radici, l’aria che nutre le foglie e in cui volteggiano gli uccelli, e il fuoco che si sprigiona dal legno. Se ogni albero è sacro per una determinata divinità come vedremo avanti, il bosco è l’abitazione per eccellenza delle ninfe: le Driadi e le Amadriadi degli alberi, le Naiadi dei ruscelli e delle sorgenti.
Insieme a loro fauni, satiri e centauri popolavano le foreste. Nel mondo latino si affermava che una ninfa moriva se veniva tagliato o abbattuto l’albero in cui viveva.
Gabriele D’Annunzio dà vita ad una ninfa seducente che appare al poeta nella pineta toscana “Non temere o uomo dagli occhi glauchi! Erompo dalla corteccia fragile,/ io ninfa boschereccia, Versilia, perché tu mi tocchi”.

Essendo espressione della forza e della potenza della vegetazione e di essa protettrici, le ninfe potevano essere benevole e amorose ma anche molto pericolose nei confronti degli uomini che non rispettavano la natura. Senza dubbio sono le antenate delle fate che popolano i racconti di magia del folklore come i piccoli fauni sono i corrispettivi di gnomi ed elfi delle leggende nordiche.

Il termine fata deriva dalle Tria Fata (i tre destini) latini, le Parche, che in origine erano rappresentate come spiriti della vegetazione e effigiate con tre stele nelle profondità delle foreste, presso grotte o crepacci.
Dalle foreste passarono ad essere protettrici anche dei campi e infine depositarie delle sorti umane: le Tria Fata filano sul fuso il destino umano, l’arrotolano sul rocchetto e quando giunge l’ora, lo tagliano con le forbici. Il culto degli alberi era diffuso in tutto il mondo: nella mitologia egizia molti dei sono emersi dagli alberi.

Nel mondo romano ad ogni albero era attribuito una precisa divinità: l’alloro in cui fu trasformata Dafne fuggitiva era sacro ad Apollo, la quercia era di Giove, l’olivo era l’emblema di Minerva, il mirto era amato da Venere, il pino e poi la vite furono consacrati a Bacco.
Il pino con gli aghi sempreverdi e la pigna ricca di pinoli sono segni di vita perenne e furono anche i simboli di Attis il dio frigio amato dalla dea Cibale, la Magna Mater.

Nel Medioevo il bosco comincia ad essere ad un tempo lo spazio indispensabile per prolungare i campi ma mantiene ancora la santità arcaica: la foresta è preziosa, riserva di vita e selvaggina, terreno di raccolta, compreso il miele da cui si ricavava l’idromele, la bevanda più diffusa nel nord Europa e la cera; il bosco è luogo di estrazione del legno.
Al tempo stesso è frontiera e rifugio per gli eremiti e gli emarginati, servi, fuggitivi, avventurieri, briganti. I cavalieri incontrano nel bosco tentazioni e avventure, esseri magici e damigelle da salvare, bambini perduti, orchi, streghe e fantasmi.

Le leggende nordiche si mescolano ai miti classici e il bosco diventa oscuro e misterioso luogo di incantesimi e sortilegi. Secondo le mitologie nordiche, il mondo è sostenuto da un albero cosmico che fu il prototipo dei pali e delle colonne architettoniche.
Può essere una betulla, un larice o una quercia. L’albero tocca con le radici il mondo sotterraneo, il fusto poggia per terra mentre la cima tocca il cielo: esso unisce visibilmente i tre mondi: l’oltretomba, il terrestre e il celeste.

Secondo una leggenda degli Urali sull’albero cosmico si arrampica senza sosta un gatto magico: quando sale narra racconti, quando scende canta canzoni…
Con l’immagine surreale dal gatto delle steppe si conclude il nostro viaggio. Ancora adesso chi si reca nel bosco con i sensi desti e l’anima ricettiva percepisce la potenza della vegetazione, coglie la magia della luce che filtra tra gli alberi, il mormorio dei ruscelli, il richiamo degli animali, il canto degli uccelli ed esclama come il poeta Esiodo: “Certamente questo luogo è sacro”.
Distruggere i boschi è un reato contro la sacralità più profonda della natura, è un affronto alla vita indistruttibile e all’eterno ciclo vitale.

Chi si reca nel bosco con i sensi desti e l’anima ricettiva coglie la magia della luce che filtra tra gli alberi, il mormorio dei ruscelli, il canto degli uccelli ed esclama come il poeta Esiodo: “Questo luogo è sacro”.